ELISA ANFUSO. SOGNO.

Giovanna Caggegi

 

 

C’era una volta una donna che giocava ad essere bambina, legava le sue scarpette rosse ad un filo, le intrappolava dentro gabbie per canarini, tesseva mondi di carta ed esistenze parallele costruendo gru di origami. Un giorno aprì il cassetto dei giocattoli, tirò fuori tubetti di colore rosso, blu e bianco e iniziò a dipingere un sogno che racconta di un viaggio nel mondo dell’inconscio. Ed è dentro questa fiaba che ci conduce per mano Elisa Anfuso, autrice della personale di pittura “SOgNO” in mostra presso la Artesia - Galleria d’Arte di Catania, fino al 20 giugno.

Attraverso vari tasselli la giovane artista catanese costruisce parti di un unico mosaico in cui le protagoniste sono giovani donne dai morbidi in- carnati color alabastro, nate da una luce abbagliante e da un disegno dinamico e avvolgente; i loro corpi sono plasmati attraverso forti giochi cromatici che li rendono reali e quasi vivi imprimendo sulla tela tratti penetranti. Proprio come in un sogno, i soggetti nascondono la propria essenza e si presentano come dee bendate, si perdono in morbide vesti in cui si fondono mirabilmente chiaroscuri tonali che creano le pieghe dei tessuti e contribuiscono a rendere reali le atmosfere da favola. Così le pareti di carta divengono squarci color pastello (come in “Convivialità domestica”) bucati da una finestra che non arresta la corsa di un sogno ma che lo spinge verso l’enigma a cui si approderà dopo il risveglio. Da que- sta tela si dipanano mille fili che partono da un gomitolo, tenuto in mano da una ragazza, e innervano quasi tutti gli altri quadri, ora legando sedie e fissando orologi alla pareti, ora trattenendo caviglie ben tornite di fanciulle.

Il mondo di Elisa Anfuso è quello dell’onirico, sorgente della visione che si distacca dal reale e che si nutre di influssi surrealisti permettendo al quadro di allargarsi e andare oltre la realtà ordinaria spezzando le barriere claustrofobiche dell’Io. La realtà visibile diventa l’indicatore che richiama al mondo invisibile e i protagonisti della tela sembrano dire: “vivo qui ma sono altrove”. Per questo le donne-bambole si muovono in stanze troppo piccole entrando da porte strette e irrompendo sulla scena, proprio come Alice che sogna un paese delle meraviglie in cui i prati possono essere dipinti di blu e i cavallucci e le giostre sono inafferrabili (“Adulte prodige”). Un po’ Alice, un po’ Gulliver, un po’ “Zazie nel metrò”, Elisa Anfuso guarda il mondo come se lo vedesse per la prima volta, costruendo fughe prospettiche e irruzioni in mondi paralleli. La sua arte è la metafora di una ricerca che viene trasfusa nelle sue tele: un viaggio concettuale, tecnico e visivo. Le protagoniste appaiono come catturate in un istante che le imprigiona su una tela come in una fotografia, l’artista gioca sapientemente con il fermo immagine mettendo a nudo i particolari e usando il pennello per dipingere carni di cera simili a sculture di marmo. Si percepisce attraverso la vista, il palpito di un’esistenza.

Come Magritte, che amava gli accostamenti giocosi e ludici, Elisa Anfuso scompone la realtà come un prisma scompone la luce e rende magici i luoghi e i soggetti che rappresenta. In “Andante moderato" un filo rosso, lo stesso che lega le ragazze alle sedie impedendo loro di volare come mongolfiere, si dipana dalla mani della figura in primo piano vestita da un abito di seta o velluto che gioca a tenere in equilibrio poltrone rovesciate su cui non si appoggerà mai: una ballerina infatti, ha bisogno di ali per danzare o per rimanere appesa ad un filo e sentire gli scampanellii dei giorni e il tintinnio dei minuti. Gli orologi battono il tempo che si frantuma e si ferma in queste tele così come nelle fiabe. Tuttavia, nei fondali di questo spazio, l’artista sa creare anche emozioni che sono sensuali e pudiche nel contempo dipingendo una donna portatrice di passioni forti in quanto generatrice di vita e di erotismo. Una donna che abbandona i suoi vestiti a balze riponendoli nelle scatole dei ricordi e, trascinando una sedia, si alza per andare incontro alla sua maturità. Allora potrà vivere in simbiosi con la propria fisicità nascondendo con le mani i seni e le guance fino a toccarsi i capelli così sottili e perfetti da sembrare reali (come in “Strade di carta n. 2”). L’osservatore rimane catturato dalla danza di queste mani in cui la leggerezza di una bambina si sposa con la maturità del corpo di una donna che esprime se stessa attraverso sguardi prorompenti fino a diventare una moderna giuditta Kli-mtiana (“Allegoria del pensiero divergente”). La pittura di Elisa Anfuso è come un lungo percorso in cui la pittrice per prima si interroga sulla propria esistenza, fino a condurre chi guarda dentro un mondo fatato e pur sempre reale.

Dietro l’apparente tranquillità delle cose c’è sempre il sogno, il presagio, l’immaginazione che unisce oggetti e spazi che non hanno nulla in comune.

In questo percorso, Elisa è sempre lì dietro di noi, per dirci che nulla è più lontano dell’irrazionale e più vicino di un sogno che nasce pennellata dopo pennellata e che ci conduce dinanzi a uno specchio in cui guardandoci scopriamo di essere fatti - come ricordava Shakespeare - della stessa materia dei sogni.

INTRODUZIONE

AL GIOCO

 

Marco Izzolino

 

IL PESO DEI DESIDERI

 

Giovanna Lacedra

 

SOgNO

 

 

Giuseppina Radice

 

LE NOSTRE 

SOLITUDINI

 

Maria Zanolli

 

ELISA ANFUSO.

SOgNO

 

Giovanna Caggegi

IL SIMBOLISMO DI

ELISA ANFUSO

 

Chiara Barone

NON CALPESTARE

LA LINEA ROSSA

 

Gabriella Trovato

LA CADUTA

DI EVA

 

Antonio Casaburi

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